Renato e la sua compagna

I racconti di Andrea 

 

Avrei voluto fare un breve giro in moto per rilassarmi un poco, in questo mite autunno, ascoltando Nebraska di Bruce Springsteen dal lettore CD appena installato. La giornata era giusta: nebbiolina per effetto malinconia, cielo azzurro stinto come spesso sono i ricordi, le prime foglie color ruggine, l'aria fresca per indossare un giubbotto in pelle.

Aprii la porta di casa e scesi con il casco in mano la prima rampa di scale (abito al quarto piano senza ascensore: dicono che facciano bene al cuore tutti quegli scalini) quando mi si parò improvvisamente di fronte l'inquilino del terzo piano. Indossavo gli stivali e il rumore dei miei tacchi sul marmo aveva nascosto il rumore dei suoi passi mentre saliva. Lo salutai con un sorriso: "Buongiorno signor Renato!"

"Buongiorno signor Andrea, mi scusi se mi presento così, sono andato in cantina a prendere il resto della spesa, lasciata lì da ieri sera".

Aveva infilato nel braccio sinistro, all'altezza del gomito, i manici di due sacchetti di plastica, a dir il vero con poca roba dentro, mentre con la mano impugnava le chiavi di casa, pronte ad essere infilate nella toppa. Il braccio destro era piegato sul ventre, e dalla manica arrotolata della camicia azzurrina, dal collo liso e troppo ampio aperto sul magro torace, spuntava la finta mano, priva di espressione, di un innaturale color pelle.

Capii dal suo sguardo che era imbarazzato per il fastidio che mi avrebbe potuto arrecare la visione della protesi. "Non si deve preoccupare, è a casa sua, e poi è vita anche questa, anche se dura" dissi per metterlo più a suo agio.

Era rotto il ghiaccio e lui prese a parlare: "Il dolore che ho passato non lo auguro a nessuno. Prima vivevo in collina, tra i boschi. Era bellissimo. Avevo anche io una moto sa? un Benelli 125 - un lampo di vita gli passò negli occhi chiari - col quale ho fatto tutti i sentieri e i passi intorno a casa mia, in tutte le stagioni! Poi, per campare e metter su famiglia sono venuto a lavorare in città, in periferia a dire il vero, in una officina meccanica, dove mi è capitato il patatrac. Mia moglie non accettò la mia mutilazione e divorziai. Adesso ho una nuova compagna, lei per fortuna mi capisce e sta bene con me, viviamo insieme, ci accontentiamo".

A mia volta mi sentii a disagio, un privilegiato, capii la mia fortuna, e la sfortuna di tanti altri. lo guardai negli occhi, lui sostenne lo sguardo, e gli chiesi: "Ce l'ha una giacca?"

"Certo, perché?" mi rispose.

"La prenda e mi segua, le faccio vedere una cosa, la aspetto nell'atrio".

Scesi rapidamente le scale mentre lo sentii armeggiare con la serratura. In cantina cercai il mio vecchio casco, doveva essere da qualche parte, dentro uno scatolone. Per fortuna lo trovai subito. Aveva ancora sulla fronte la decalcomania dell'indiano Sioux che vi avevo trasferito da ragazzo. Sentii chiudere la porta e scendere le scale. Vidi comparire prima le scarpe, mocassini neri leggeri da pochi soldi, poi i jeans, troppo larghi per quella esile figura, ed infine il resto della persona, con addosso un giubbotto in finta pelle, anch'esso nero, forse di fattura cinese. Non capiva cosa stesse succedendo, e quando gli feci sparire i mossi capelli brizzolati all'interno del casco fu solo capace di dire "ma io non posso..."

In un attimo ci trovammo a cavallo della moto e partimmo. Mi stringeva forte con il braccio sano, mentre sentivo quello offeso sulla schiena, interposto tra me e lui. Contraeva le gambe ad ogni curva, come fa chi non è abituato ad essere passeggero. Stava zitto mentre si guardava intorno spaesato dall'insolita prospettiva.

Io lo osservavo dallo specchietto retrovisore. Era buffo e al contempo triste quel viso smunto incorniciato dal casco bianco decorato con quel capo indiano dal sapore di altri tempi. Uscimmo piano piano dalla città e finalmente cominciò a far domande, chiedendo della marca e della cilindrata, della velocità massima e del prezzo della moto, sul quale per pudore tergiversai.

Imboccammo una strada poco frequentata, con i platani ai bordi a far da galleria con i loro rami, e da tappeto con le prime foglie gialle cadute che si sollevavano al nostro passaggio. Feci partire il CD e la calda voce di Bruce Spingsteen ci avvolse. Il motore marciava con un filo di gas, in armonia con la musica, seguendone il lento ritmo iniziale.

Poi Bruce iniziò a cantare "Johnny 99" : Uuuuuuuh uh uh uh uh Well they closed down the auto plant in Mahawah late that month... Ralph went out lookin' for a job but he couldn't find none...

Accelerai per portare i giri del motore al pari di quello della canzone e fu allora che sentii un inaspettato "Yahooooo! Voliamo Gelinda voliamo" urlato nel vento.

Non sentivo più la pressione della protesi nella schiena: aveva aperto le braccia come ali e le inclinava ora destra ora sinistra per assecondare il dondolio della moto nelle curve . "Guarda che bello Gelinda, ti piace?"

In quel momento capii: quel pezzo di plastica color carne che vedevo a tratti comparire alla mia destra con la coda dell'occhio era Gelinda, la sua compagna. Non gli era rimasto altro.

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Andrea "Starboard" Pieragnoli

Data

2005