Sali d'argento

I racconti di Andrea 

 

La mia prima immagine di motociclista è racchiusa tra i quattro margini frastagliati di una foto 6x9. Il colore della carta e la mia età rimandano indietro negli anni fino al 1958: dal giallo dell'ipoclorito emergono stinti sali di argento che raccontano di un breve viaggio fatto a cavallo del fiume Po, di cui questo labile documento ne è l'unica traccia.

Sono in braccio a mia madre, seduta alla cavallerizza, le gambe ben composte a sinistra come usava in quel tempo, sul comodo sellino posteriore di una Lambretta 125, tenuta saldamente in equilibrio da mio padre, anche lui seduto, sorridente, le mani ad impugnare il sinuoso manubrio e le dita appoggiate morbidamente sulle leve, i capelli neri pettinati all'indietro a mostrare l'alta fronte. La gamba destra - nascosta dal piccolo scudo in lamiera - è probabilmente distesa a puntellarsi, perché la sinistra appare sulla pedana, cosicché sembra che non ci siano appoggi e l'immagine colta in movimento.

Doveva essere primavera inoltrata perché mio padre è in giacca e cravatta. L'abito e le sue scarpe nere lucide mi inducono a pensare si trattasse di un giorno di festa. Mia madre ha un ampio vestito chiaro che le nasconde in parte i piedi, appoggiati sul predellino laterale.

In quell'epoca tra Casalmaggiore, dove abitavamo, e la sponda parmense del Po esisteva un ponte di barche, uno di quelli fatti con chiatte in ferro accostate una all'altra, sopra le quali una distesa di assi in legno costituiva il piano viario. Un controllore garantiva il corretto scorrimento del traffico, e fu probabilmente a uno di questi uomini che mio padre chiese di scattare quella foto, perché a guardar bene la posa è stata presa proprio su quel ponte di barche: sullo sfondo riconosco il campanile della chiesa. Da quest'ultimo dettaglio deduco che la meta del viaggio fosse verso il parmense. Al ponte si accedeva dall'argine, compiendo una svolta stretta e una discesa, cui faceva capo una seconda svolta che avrebbe immesso, dopo essere saliti su di un grande piastrone di ferro basculante, al lungo rettilineo di legni, spesso resi scivolosi dalla sempre presente umidità. 

In quel punto il fiume è piuttosto largo, comprendendo nel suo letto anche diverse centinaia di metri di golene, pronte a riempirsi d'acqua ad ogni piena. Per tale motivo nei momenti di magra le chiatte in taluni punti poggiavano su piccoli argini, rimanendo sollevate rispetto alle altre, e conferendo al ponte una silhouette da serpentone morbidamente adagiato, mentre per chi lo percorreva originavano piccoli e secchi dossi da percorrere con precauzione per non danneggiarne le assi e subire danni. Quella lunga teoria di legno e ferro formava una eccezionale cassa acustica che si metteva inesorabilmente a rumoreggiare per tutto l'attraversamento, soverchiando addirittura il rumore del motore, per poi tacere improvvisamente quando, con un saltello, si rientrava nella strada normale, allora sterrata.

A metà del tratto navigabile alcune chiatte mobili, più basse e più piccole delle altre, dunque più instabili e vicine all'acqua, permettevano con la loro traslazione il passaggio dei battelli. Su una di queste, attaccato all'esile balaustra, un crocifisso incoronato da un consunto rosario, a protezione dei vivi e a misericordia dei morti. Gli addetti non lasciavano mai il buon Gesù senza fiori e si raccomandavano a Lui, come fanno gli uomini di mare, all'inizio del proprio turno e all'arrivo di ogni piena.

Senza dubbio mia madre si fece il segno della croce quando giunse al Suo cospetto. A giudicare dalla qualità delle ombre doveva essere circa mezzogiorno, per cui subito dopo lo scatto Il trio si dovette scomporre per avviare la Lambretta, mia madre mi cinse col braccio sinistro, mentre con quello destro circondò strettamente mio padre, e ripartimmo verso Colorno. Mio padre tenne la destra, come si conviene, perché la mezzeria non era indicata da una linea bianca, ma da una serie di macchie oleose ed escrementi di cavallo, traino abbastanza comune per l'epoca.

Il livello del fiume non era né alto né basso, (lo desumo dall'altezza relativa dell'argine dietro le spalle di mia madre) e l'attraversamento del ponte avvenne senza particolari sobbalzi, se non quelli dovuti al dislivello tra le assi nuove e quelle consunte. Una lieve ma decisa accelerazione ci portò dal ponte su verso l'argine, dal quale si poteva ammirare la silhouette delle colline parmensi e più vicino il giallo del palazzo di Maria Luigia.

Per un breve tratto seguimmo la polverosa statale, poi svoltammo a destra in direzione Sacca, una frazione di case adagiate nell'ansa del grande fiume. Quella però non era la meta del viaggio, perché deviammo ancora a destra, nell'ombra di alti pioppi, alzando dietro di noi la loro primaverile lanuggine. Accompagnati da questa scia argentea giungemmo alla Sacchetta, per l'epoca nota trattoria, dove servirono ottimi tortelli di zucca mantovani e faraona alla creta.

Il viaggio terminò qui, anche se c'è sempre un ritorno da raccontare, ma di questo non ne ho memoria.

Se passate da quelle parti, se per caso passate a mezzogiorno di una domenica di primavera inoltrata, fateci caso: c'è un tavolo prenotato, in un angolo discreto del locale. E' per una giovane coppia e un bambino, che se avete pazienza e fantasia di li a poco vedrete entrare. Arrivano in Lambretta dall'album senza tempo dei ricordi.

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Andrea "Starboard" Pieragnoli

Data

2005