Tagliando per l'anima

I racconti di Andrea 

 

Ho bisogno di resettare il mio orologio interno, sregolato da una settimana di superlavoro e di forti coinvolgimenti emotivi. Di riequilibrare la fisicità con la spiritualità. Parto per il passo della Raticosa. Ne sento forte il richiamo. Sarà perché sono mezzo emiliano e mezzo toscano, ma per me "Raticosa" significa soprattutto "origini". Andare al passo della Raticosa è dunque un viaggio al contrario, che parte dal ritorno (alle origini) e che prosegue, una volta arrivato alla meta, con la partenza (verso gli impegni quotidiani).

Così lascio alle mie spalle Ferrara nella nebbia. L'asfalto sfuma nell'orizzonte a pochi metri da me, specchio dei miei pensieri confusi. Spero di trovare chiarezza strada facendo. Non fa freddo. Novembre si preannuncia un mese da godere in motocicletta. La visiera socchiusa lascia entrare gli odori di muffa, mescolati con quelli che escono dalle cucine, portati da volute di fumo, nei borghi che attraverso.

Non riesco a meditare, devo aver pazienza. Penso solo a guidare lungo queste strade di pianura e a farmi dondolare dalle larghe curve. Guadagno qualche metro di visibilità. Le coltivazioni intensive dei frutteti sfilano con i loro colori di verde intenso, i rami aperti quasi a prendersi per mano, come quelle figurine le une attaccate alle altre ritagliate nella carta. Linfa che scorre, che si aggrappa alla vita. Solo qualche filare trova quiete nel rosso dell'autunno. Sento la temperatura dell'aria aumentare. Vedo la nebbia alzarsi e cedere il passo a timidi raggi di sole. Non riesco a trovare il mio ritmo, il metronomo non è regolare. L'irrequietezza è nella mente, nella pelle, nel polso che controlla il motore. Accelero per guadagnare le colline, che ora vedo opache all'orizzonte. Voglio fuggire dalla pianura, che non accoglie, che lascia scorrere, con pochi capisaldi artificiali. Solo tracce umane, poco naturali.

Imbocco la via Emilia, volgendo verso est, dove sorge il sole, quasi un rito propiziatorio per raggiungere la conoscenza. Ecco il bivio per il passo. Giro a destra, verso sud, dove il sole raggiunge il suo apice, come ora, indicando il destino. Finalmente la strada sale, verso l'azzurro sempre più intenso, verso lo spirito, che sento più vicino. Le curve si fanno più serrate. Viaggio controluce. Ogni graffio della visiera si trasforma in una striscia iridescente. Ogni albero una persona in piedi, stretto in un pesante cappotto scuro. L'umidità dell'aria mi nega le trasparenze delle foglie, le cui policromie sfumano indistinte. Risalgo il versante destro della Valle dell'Idice. - 1 - Sul sinistro fanno da contrafforte una serie di calanchi, morbidamente adagiati come tigri dormienti. In primavera e d'estate le loro terre nude assorbono calore, per restituirlo di notte, creando un microclima favorevole alla crescita della lavanda e alle erbe aromatiche. Li puoi seguire nel loro riaffiorare verso est, creando la Vena del Gesso, giù fino alla Romagna.

Di tanto in tanto un ponte mi riporta verso ovest, la direzione del ringraziamento, per farmi godere dell'acqua luccicante del torrente, che incrocerò più volte. L'animo piano piano si alleggerisce. Decido di continuare col sottofondo musicale di Norah Jones: Sunrise sunrise Looks like morning in your eyes But the clock held 9:15 for ours Sunrise sunrise canticchio nel casco. Ora alzo la visiera, affronto il vento a viso aperto, trovo i giri giusti del motore, duemilaecinquecento, vado al ritmo del mio cuore. Perfetta armonia, dolce ondeggiare a destra e a sinistra, risalire, piegare, tornare a ondeggiare.

Il bicilindrico fruscia senza protestare, senza chiedere una marcia diversa da quella inserita, la terza, numero perfetto. Risalgo fino all'ultimo paese prima del passo, Frassineta, dove il refrain del primo tornante mi riporta bruscamente indietro immergendomi nei boschi fiammeggianti che sovrastano il paesello. I colori si fanno prepotenti, scolpiti dalla luce laterale, che racconta col massimo rilievo ogni cosa. Persino l'azzurro del cielo è ora brillante, vincendo l'umidità ancora presente, che si impossessa di ogni cosa rimasta nell'ombra, compreso l'asfalto, che ne pare imbevuto. Si sale sempre di più, in un bellissimo tratto guidabile, fino all'ultimo tornante, che mi riporta verso sud, di nuovo controluce. L'anima è leggera in quella lunga curva, quasi a predisporsi a quello che la vista incrocerà per un attimo, e che per un attimo la rattristerà.

In diagonale sull'asfalto, infatti, le lunghe tracce di una recente caduta, il cui punto finale è indicato da un cippo coperto di fiori freschi. Come icona un numero: il 46 giallo. Perdente imitazione di un campione nato. Inutile testimonianza di una gara contro il tempo, che ha sempre il banco e vince. E' un amen perdere la vita, è un amen che pronuncio per misericordia all'interno del mio casco. 

Anche la natura gioca le sue carte, così subito dopo quella tragica visione le faggete si spalancano e lasciano spazio ai ginepreti e alle praterie, costellate qua e là dal verde intenso dei ciuffi di ginestra, sovrastate dal monte Canda, in attesa di cambiar colore. Non ha paura la natura del tempo, non lo rincorre, non lo rimpiange, non lo maledice. Così voglio essere io: semplicemente "stò". Ecco la risposta alle mie domande, raggiunto finalmente l'equilibrio tra fisicità e spiritualità.

Ancora qualche curva e arrivo al crocevia del passo. Ecco il luogo dello spirito, anch'esso in equilibrio tra due versanti, tra due lingue, sospeso tra il cielo e la terra. Ho raggiunto le mie origini, porto in dono me stesso, il miglior dono che ogni madre aspetta. Parcheggio la mia moto in mezzo ad un nugolo di altre moto, tutte diverse. Spengo il motore e mi lascio avvolgere da quello strano silenzio. Solo il brusio degli amici che parlano tra loro, cinguettare di uccelli nella tiepida aria calma. Mi siedo tra gli altri centauri ammirandone le variopinte armature e guardo. Senza giudicare. Quassù siamo tutti uguali.

Mi giro verso nord, per allineare l'energia della Madre Terra a quella del mio corpo e del mio spirito. Da quella direzione arriverà la neve. Coprirà le vecchie tracce, facendole sparire. Meglio così: sarò pronto per segnarne di nuove.

Oggi è un buon giorno per vivere.

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Andrea "Starboard" Pieragnoli

Data

2005